mercoledì 8 luglio 2015

IO SONO VERTICALE

"Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un'aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell'uno la lunga vita, dell'altra mi manca l'audacia.

Stasera, all'infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo piu' perfetto -
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me piu' naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me."

Sylvia Plath

martedì 7 luglio 2015

MERCOLEDI'



E’ mercoledì.
Non c’è molto altro da dire.
Perché il pensiero di raccontarmi, francamente, mi dà la nausea. E non intendo la nausea esistenziale e metafisica di Sartre. Intendo la nausea che sale e ti prende a letto, e tu ti devi  alzare di scatto con la mano davanti alla bocca e correre in bagno, quella che, se stringi i denti, vomiti a spruzzo.
Quindi non parlo.
Il problema è che non riesco a smettere di pensare.
Di pensare che non è colpa sua, per quanto le amiche dicano che si è comportato da stronzo (le amiche,dopo, ti dicono sempre che si è comportato da stronzo perché era effettivamente uno stronzo; le vere amiche sono quelle che hanno il fegato di dirti che è stronzo prima che finisca tutto). Credo mi abbia sopportata fin troppo.
Forse sono nata nel secolo sbagliato; sarebbe stato più appropriato per me il Cinquecento, il secolo della melanconia.
Invece sono nata nel secolo degli hashtag.
Ho cominciato ad essere cerebrale e introspettiva fin da adolescente, con tendenze a stati depressivi e apatia. Le cose non sono migliorate,  e non ho mai fatto granché per migliorarle. La melma che mi circondava non sembrava essere migliore di quella in cui sguazzavo.
 Ho provato il Daparox, lo Zoloft , il Cloriflox. Poi ho conosciuto lui. E sono stata meglio davvero.
Nemmeno io ci credevo, a queste fesserie romantiche. Sono sempre stata scettica, pragmatica e cinica. Gli uomini  mi servivano per andare a letto, non certo per curare le mie paturnie esistenziali.
Poi ho conosciuto lui.
Per la prima volta sono riuscita a mettere al primo posto qualcosa che non fossi io e le mie psicoparanoie. Ma non è durata molto.
Ovviamente. Non poteva durare molto. Me lo aspettavo, di ricadere nel buco nero.

Però, santissimo iddio, un po’ ci speravo.
Ma d’altronde io non sono nata principessa.
 E quindi.
Quindi durante l’ennesima accanita delirante discussione- una cacofonia di insulti e rinfacci- lui è uscito da casa mia sbattendosi la porta alle spalle. Mi aveva minacciato più volte, dicendomi che se non smettevo di urlare come una banshee e se, per Dio, non mi calmavo una buona volta, se ne sarebbe andato.
Non gli ho creduto. Ho peccato di superbia.
Invece ha smesso di parlare. Respirava forte. Ascoltava inerme il mio delirio rabbioso, fissando intensamente la pianta grassa sul davanzale della finestra. Lo sguardo si è poi abbassato fino a toccare la punta delle sue scarpe – un paio di Clarks vecchie di due anni leggermente sporche di terra. Stava seduto in poltrona, schiena ben eretta e il solito aplomb impeccabile. D’improvviso ha alzato gli occhi, puntandoli dritti nei miei, iride nell’iride, un canale retinale di circa mezzo minuto. Infine si è alzato- e allora, solo allora sono ammutolita anch’io-, si è avviato verso l’ingresso ed è uscito. La porta si è chiusa, lasciandomi sola in un silenzio assordante. Insostenibile.
Sono rimasta impalata in piedi a guardare la porta con insistenza per almeno dieci minuti. A rievocare le sue spalle che si allontanavano.  Sbattevo le palpebre. Poi ho dato un calcio alla porta. Stupida porta.
Il resto, come si dice, è storia.
Io sono troppo orgogliosa per ricontattarlo e, boh, supplicarlo di tornare e fregnacce del genere. Inoltre nel buco nero ci devo stare da sola; non voglio trascinare anche lui quaggiù.

Qualche giorno fa, in un pomeriggio libero sono andata da mia mamma. Lei di solito è una di quelle persone che riescono ad articolare una quantità impressionante di parole al minuto, che trovano sempre una domanda in più da farti o un nuovo argomento di cui parlare (questo, nei momenti in cui hai mal di testa, o i postumi, o entrambi, può essere alquanto fastidioso).
Temevo che mi avrebbe mitragliato di interrogativi e commenti e preoccupazioni. Ero già pronta a ringhiare e battere in ritirata.
Invece non una parola.
Mi ha fatto sedere, mentre lei metteva a bollire l’acqua per il tè. Emanava bontà e pacatezza. Trasudava amore incondizionato. E io la guardavo  dal fondo del pozzo in cui, un giorno, ero caduta.

Quel giorno mi sono sentita come se avessi di nuovo avuto sedici anni. O forse anche meno. Non avevo la forza di sostenere l’assurdità dei miei ventotto anni.
Ho lasciato che mamma mi asciugasse le lacrime, che mi accarezzasse i capelli, che mi zuccherasse il tè.
Ho mangiato la crostata alla marmellata di more sentendomi un pochino felice. Una felicità insignificante come le briciole che cadevano (polvere di stelle) e si spandevano sul tavolo, certo, ma pur sempre qualcosa. Finita la merenda, ho raccolto il pulviscolo di pasta frolla in un tovagliolo e l’ho gettato via.
Poi ho abbracciato la mamma. Forte. A lungo.

Poi sono andata a casa. E sono tornata ad essere la disgraziata di sempre.
Non esco con le amiche. Non faccio aperitivo. Non posto foto di tramonti su Facebook. Non guardo serie Tv.
Vado a lavoro. E mi trascino a casa nel mio stato larvale. Un bozzolo destinato a rimanere bozzolo.
Quindi ora sono sul divano ed è mercoledì. Continuo a fissare la porta da cui lui è uscito dandomi silenziosamente le spalle. La fisso con insistenza. Stupida porta. Vorrei che si aprisse e lo lasciasse entrare ancora una volta.
Ma è mercoledì, io fisso la porta e lui non tornerà.

sabato 7 giugno 2014

IL DRUGO LA SA LUNGA

Ma in fondo, non cerchiamo tutti le stesse cose?
L'unico pensiero che riesce a partorire dopo tre bicchieri di vino rosso e altrettanti shot di tequila. Le cicche, non le ha contate; nel fine settimana si concede di non contare né sigarette né calorie. Francesco se ne sta appoggiato ad un muretto; Simone e Marco stanno cercando di abbordare una coppia di amiche fasciate in leggins di similpelle. Sono piantati lì da una quarantina di minuti abbondanti. A Francesco non interessa; le occhiate che le due si scambiano dicono palesemente “non ve la daremo mai”.
Quindi lui se ne sta in disparte. Si stropiccia gli occhi. La strada è gremita. La gente che passa ha lo sguardo vacuo. Si muove a grappoli, in cerca di qualcuno da salutare.
Lingua impastata.
“Simo, mi dai un sorso di birra?”
“Sì. Ma tu dammi una sigaretta.”
“Daicazzo, scroccone...un sorso, ti ho chiesto!”
“Una sigaretta.”
“Affogaci, nella tua birra. Vado a prendermi un Black Russian.”
Entra nel locale all'angolo, La Dolcevita, perfettamente consapevole di stare rischiando: bere un altro cocktail ( 7/10 vodka e 3/10 Kahlua, ventisette gradi ) significa passare dallo stato allegroalticcio (ma non troppo) a inequivocabilmente sbronzo.
Un Black Russian, per favore.”
Ma tant'è. Fidiamoci del Drugo, la sapeva lunga, lui...
Torna fuori, reggendo il bicchiere freddoscivoloso con una mano, mentre con l'altra si ficca in bocca una Philip Morris. Se la accende. Solleva il bicchiere.
Simo, alla tua salute!”
Simone alza il dito medio. Persevera nel provarci con la brunetta dalle dita agili – guardale, come ticchettano le unghie sullo schermo dello smartphone, zampettano, taggano e postano.
Francesco si riappoggia al muretto.
E dunque, non cerchiamo tutti le stesse cose? Non siamo forse qui riuniti, in questo sacro venerdì, tutti per lo stesso motivo- celebrare la forza divina che spinge le ragazze ad allungarsi le ciglia col mascara e ad indossare calze velate che scoprano le loro gambe da puledre? Idolatriamo il loro innato impulso di camminare ancheggiando, fratelli, per la morbidezza delle loro spalle, per la sublime perfezione delle loro curve. Sia benedetta la geometria!
Ecco, o Signore, le tue bestie affamate.
Dalla cannuccia sale il sapore della Kahlua. Lui ormai galleggia nel cocktail insieme ai cubetti di ghiaccio che si stanno sciogliendo, si stanno sciogliendo, si stanno sciogliendo...
Simone e Marco gli si avvicinano, Marco gli tira una pacca sulla spalla. Le tipe hanno preferito continuare a messaggiare su Whatsapp.
I due amici cominciano a parlare. Di qualcosa. Francesco vorrebbe essere sinceramente interessato, interagire con loro, intervenire magari. Invece riesce solo a bere compulsivamente, succhia succhia succhia.
Marco si accende una sigaretta. Immediatamente viene voglia di fumare anche a Francesco. Trova che fumare abbia molto più senso di parlare, ora. Non è estremamente affascinante tenere la sigaretta tra indice e medio, per poi portarla alle labbra e aspirare? L'estetica del rituale.
E non è forse vero che il sapore di tabacco si sposa benissimo con l'alcol?
Sta fissando Marco con invidia, l'urgenza di imitarlo gli dà il prurito. Si fruga in tasca, estrae il pacchetto, si accende un'altra Philip Morris. L'ennesima. Alla seconda boccata si sente quasi soddisfatto. Sorso di Black Russian- e adesso forse i discorsi dei suoi amici potranno acquisire un qualche significato.
Il suo ottimismo finisce assieme al mozzicone; sente le grinfie del tedio nelle costole.
Decide di cedere al vizio per scacciarlo. Prende un'altra cicca dal pacchetto continuando a tacere, sguazzando in un autocompiacimento dionisiaco e solitario, muto baccante di un festino inesistente.
Ne fuma un'altra e un'altra e un'altra; il pacchetto e il bicchiere si svuotano. Un forte senso di nausea gli prende la gola. Sente dei gemiti sfuggirgli dalla bocca. I conati di vomito aumentano il suo senso di alienazione.
Che si fotta tutto quanto, che si fottano tutti, questo bestiame benvestito e profumato che brulica e rumina senza chiedersi perché- un altro giro di Mojito, un altro giro!
Ma sul serio cerchiamo tutti la stessa cosa?
Lo stordimento è nell'aria.
Ubriacatevi di ossigeno, se ne avete il coraggio.
“France, stai bene?”
Marco e Simone lo stanno fissando.
“Credo....” Enorme fatica articolatoria. Lo stomaco geme sonoramente.
“Ragazzo mio, non hai più il fisico.... andiamo a prendere un panino, dai...a quest'ora ci sta da Dio.”
Si incamminano verso la paninoteca, prendono la solita stradina laterale; nelle narici arriva forte e corposo l'odore di fritto e di kebab.
Che il banchetto continui; il venerdì, fratelli, non è ancora finito.

venerdì 28 febbraio 2014

DANCING WITH MYSELF

Venerdì, serata elettronica e luci verde acido.
Sono appena le undici, il che vuol dire locale semivuoto e poca fila al bancone. Si parla dell'ultimo film di Scorsese e del nuovo governo; io succhio un Long Island da una cannuccia fucsia. Perlopiù ascolto quello che gli altri hanno da dire. Mi concentro affinché le molecole dell'alcol e le vibrazioni della musica mi sottraggano alle grinfie del quotidiano. Dell'oggi, uguale allo ieri e al domani, lavorare e lavarsi, mangiare cose che il mio corpo trasforma in escrementi. Ineluttabile assenza di poesia della routine.
Mi guardo intorno per osservare le varietà di bestie umane che si sono radunate qua, come me e i miei compari. Chissà se sono tutti come noi, gente affamata che cerca nelle trame della notte improvvise scintille di vita.
Forse qualcuno di loro sì.
Ci sono teste di cazzo a grappoli. Li riconosci subito, sono quelli che passano la serata a farsi foto e a taggarsi sul Facebook. Mi ispirano nazismo, direbbe il buon Luca.
Tra tanta mediocrità, attira la mia attenzione una ragazza che sta ballando da sola al centro della pista. Non guarda nessuno, non cerca l'attenzione di nessuno; occhi bassi o chiusi. Balla una, due, tre canzoni. Sfrutta il vuoto attorno a lei per scivolare di lato, per fare giravolte e spalancare le braccia.
A questo punto, mi alieno completamente dalla conversazione del gruppo e mi concentro su di lei.
Non è bella; non riesco a vederle bene il viso, ma i tratti fugaci che riesco a cogliere sono abbastanza insipidi. Quelli di un viso ordinario. E' anche rotondetta. Però si muove con grazia ed ha un buon senso del ritmo. Ballando da sola. Questo forse dovrebbe bastare a renderla bella.
Ovviamente non sono l'unico ad averla notata; vedo ragazzi che la indicano sogghignando.
“E' pazza”, staranno commentando. Lo sento, sono così banali. “E' pazza”; Cristo, non so leggere il labiale di quei coglioni dall'altra parte della stanza, ma sono sicuro che è quello che stanno dicendo.
Perché pazza?
E' un'edonista, invece, una che sente la musica anche sotto le unghie, che vuole godere delle vibrazioni che esplodono dalle casse anche se non c'è nessuno chaperon ad accompagnarla.
Qual'è il confine tra follia ed eroismo?
Eccoci qua, noi, un branco di pecore seduti su divanetti di similpelle logora o addossati alle pareti a ruminare cocktail e chiacchiericci; ed invece là c'è lei, che irrompe dal verdemela dei faretti, una visione taglia 46 che frusta l'aria con i suoi capelli lunghi.
Sembra davvero appagata da quello che sta facendo. Magari sa pure che c'è chi sta ridendo di lei. E se ne frega. Così come se ne frega di me, che sto qui a pensare a lei e ad ammirarla silenziosamente.
Valuto l'idea di alzarmi ed andare a parlarle. Per chiederle perché sta ballando da sola, se è qui con qualcuno, se vuole ballare con me.
Ci rifletto.
Ma io voglio ballare con lei?
La voglio conoscere? Voglio sentire il suono della sua voce? Può darsi che abbia una voce spiacevole, gracchiante, nasale.
In realtà non credo di dovermi avvicinare a lei. Non voglio rompere l'incanto. La scena è già perfetta così com'è. Inoltre, se io andassi da lei, probabilmente penserebbe che ci stia provando; il che renderebbe la cosa molto squallida. Non voglio aggiungere altro squallore a questo mondo, ce n'è già abbastanza.
Credo finirò il mio Long Island e tornerò a parlare di politica. Anche se, a dire il vero, quando mi riavvicino alla cricca, il discorso è ormai virato sul nuovo ristorante giapponese di via Marconi: pare faccia aperitivo a buffet a sei euro.
Alle nostre spalle, lei continua a ballare.



giovedì 13 febbraio 2014

GITA AL FARO

"Epure sotto il colore c'era la forma. Lei la vedeva tutta così chiara, imperiosa, a guardarla: solo, quando prendeva il pennello in mano, ogni cosa cambiava. Proprio in quel momentaneo volo tra la visione e la tela, ell'era assalita dai demoni che spesso la riducevano al punto di piangere e rendevano il passaggio dalla concezione al lavoro spaventoso come la tenebra per un bambino."

"Quanto era strana, pensò, la tendenza dello spirito umano a volgersi in solitudine verso le cose, le cose inanimate - alberi, torrenti, fiori-, come a forme d'espressione; col senso di d'assimilarle, d'esserne inteso, di farne parte; con un senso di tenerezza illogica (e guardò il lungo raggio fisso) al pari di quella che proviamo per noi stessi."

"Ella doveva aver avuto dei miraggi di felicità stando alla conca del bucato, oppure accanto ai suoi figli (due però erano illegittimi e uno l'aveva abbandonata), mentre beveva all'osteria, o rimescolava cianfrusaglie nei suoi cassetti. Vi doveva essere stato nel suo buio qualche spiraglio, nel profondo della sua tenebra qualche varco da cui era filtrata tanta luce da farle increspare la faccia a un sorriso davanti allo specchio e da permetterle di continuare il suo lavoro canterellando una canzone d'altri tempi."

"Gita al faro", Virginia Woolf

lunedì 3 febbraio 2014

ENTER SANDMAN

Un altro non-giorno. L'ennesimo martedì o mercoledì o giovedì trascorso in uno stato larvale.
Il tempo è una mastodontica pietra di Sisifo, la pesantezza delle mie palpebre.
Mi manca la voglia di fare qualsiasi cosa; decido che la colpa è dell'angusta sciatteria del salotto (stanza in cui attualmente mi trovo). Potrei dedicarmi a qualche attività intellettualmente stimolante, ma il mio cervello si rifiuta di impegnarsi. Il mio cervello desidererebbe essere stupido e poco esigente, capace di trovare divertimento nei reality show e in Candy Crush. Il mio cervello, se potesse, mi rigetterebbe.
Quindi fisso le macchie di luce sul soffitto. Sono sdraiato sul divano. Sento l'aria che sbuffa dalle mie narici;il ronzio del frigo; voci in strada che si avvicinano, arrivano sotto il mio balcone e si allontanano. Sento la TV della signora Belli; porte e portiere che si chiudono sbattendo; scricchiolii non ben identificati. Il mondo pulsa, vibra, palpita. Io mi dissocio. Sono immobilizzata nell'irreale consistenza del sofà.
Da qualche notte ho anche deciso di smettere di dormire. Mi sono ribellato al mio inconscio, che mi stava torturando con sogni estremamente molesti. Rigurgiti del passato, per lo più. Vecchie cotte, amici persi di vista, la nonna, mio fratello; ordine cronologico assente. Ambientazioni spaziali improbabili. Ma la voce e le fattezze di ognuno di loro erano rievocati con una precisione incredibili.
E poi lei.
Credevo di aver superato brillantemente la fase della rimozione. Invece eccola che ricompare strisciando, a tradimento, irrompe nella mia fase R.E.M. fulgida nella sua decadente bellezza.
Mi dice le cose che avrei voluto sentirle dire.
Ci tocchiamo di nuovo.
Una bruciante nostalgia perfora le barriere dell'onirico e arriva nel reale. Mi si infila sotto le unghie. La mattina poi mi risveglio turbato e irritato dalla mia debolezza. Dalla cieca ostinazione del desiderio.
L'ultima volta che l'ho sognata (questo è successo tre, quattro notti fa) la vividezza dell'illusione era così intensa che, quando sono uscito dal sonno, ho scoperto di essermi perfino eccitato. Se volessi essere signorile, direi che ne sono rimasto alquanto turbato; ma la verità è che mi sono sentito profondamente preso per il culo. Non so da chi – dalla mia coscienza, dal mio subconscio, dal genio maligno cartesiano, dal sonno della ragione che genera mostri. Ma quell'angoscia che mi faceva bruciare le viscere si è aggiunta ai sensi di colpa e i rimorsi, che mi si erano attaccati addosso come pidocchi; succede, quando perdi qualcuno. Perché non puoi più rimediare ai tuoi errori, e la consapevolezza di averne commessi ti si scarica addosso insieme ai “se avessi fatto” e “se avessi detto”: una valanga di merda. E io, lì sotto ad annaspare.
Ho passato gli ultimi giorni a pensare che avrei voluto sdoppiarmi, autogenerare un mio clone e prendermi a schiaffi (o farmi prendere a schiaffi): sentivo che me lo sarei davvero meritato, e l'impossibilità di sopperire a questo bisogno mi ha infastidito.
Allora ho tentato di compensare: sono uscito fuori senza cappotto. Erano 2 °C. Non c'era sole. Giudachefreddo. Ma non sono rientrato. Mi sono acceso tre sigarette di fila. Mi sono rintronato di nicotina e ho lasciato che l'umido mi penetrasse nelle ossa.
Mi rendo perfettamente conto questo mio comportamento non cambierà le cose, ma è una (patetica) conseguenza della mia incapacità ad accettare quello che è successo. Per buona parte me ne imputo la colpa; in fondo la capisco se non vuole più avere a che fare con me. Nemmeno io vorrei avere niente a che fare con me.
E così me ne sto seduto ad osservare la baraccopoli maleodorante e stercoraria della mia esistenza, prendendomi a schiaffi e ruminando autocommiserazione. Di quando in quando striscio nei quartieri alti a mendicare un altro corpo e un'altra mente, ma non ho avuto fortuna finora. Allora mi arrendo, mi sdraio e lascio che quei cani rognosi dei miei pensieri si avventino sulla mia carcassa. Vitadimerda.
Riuscissi almeno a smettere di pensare a quando lei era ancora qua; invece sono un cazzo di inetto e non ho le energie per reagire. Fanculo a me. Continuo a fissare le pozzanghere luminose sul soffitto. Ad ascoltare voci e rumori lontani. A fluttuare nell'immobilità del salotto.



Credo uscirò a fumarmi un altro paio di sigarette.

sabato 9 novembre 2013

LIVE FAST, DIE YOUNG - Ritratto d'artista

Matteo sembra appartenere ad un altro pianeta. Vive in una dimensione fatta di leggi proprie, in cui lo scandire del tempo e il passare delle ore sono relative e completamente ribaltate. E' una di quelle rare persone che usa ogni secondo per fare qualcosa; lui non guarda la televisione, gli mette ansia. “C'è così tanto da fare, e così poco tempo, figurati se mi metto sul divano a guardare la TV con tutto quello che c'è da fare....”.
Fare” vuol dire per lui seguire la Musa ispiratrice; si cimenta in qualsiasi cosa, ma ha l'intelligenza di non autodefinirsi artista.
Lavora soprattutto di notte, credo per via dei cinque sei caffè che beve regolarmente ogni giorno dai tempi del liceo. Lui sostiene invece che lo fa per beneficiare degli stimoli stellari e delle vibrazioni lunari. Ha una sua teoria in proposito, ma ha le sue teorie praticamente su tutto. Ad esempio, ha stilato un decalogo del perché gli uomini sono peggiori delle donne, ossia: gli uomini sputano per terra, pisciano dove capita, non si fanno scrupoli a fissare sederi minorenni, ecc ecc. Per questa lista è stato tacciato di omosessualità dal resto del branco, e per un paio di sere è stato “oscaruaild de' mi cojoni”. Lui però non se l'è presa. Ha difeso la sua eterosessualità rimorchiando una rossa al Sesto Senso e limonandoci duro nel parcheggio.
Poi parla spesso per sigle e acronimi; ad esempio, in questo periodo sta progettando di mettere su un orticello in terrazzo, perché “avere un orto, anche piccolo, ma sai, con il basilico e il peperoncino e magari due melanzane....avere un orto è una CVI. Una Cosa Veramente Importante”.
Oppure Tina qualche giorno fa raccontava che stava aspettando una telefonata importante e si portava appresso il cellulare dappertutto, ci dormiva accanto e cose così. Al che Matteo scrolla le spalle e tutto il suo commento è “QMTLA”. “Checcazzodici?”. “Quando Meno Te Lo Aspetti.” “Mavvaffa, intellettuale da aperitivo.....”.
Il vero problema di Matteo è che soffre di emorroidi, una grana non indifferente (tra l'altro non credo che la quantità di caffeina che assume quotidianamente lo aiuti). Una sera eravamo al pub e all'improvviso è scomparso; l'ho ritrovato di fronte al bagno che si contorceva contro il muro a gambe strette. Sudava ed era visibilmente a disagio. Evitava di guardarmi in faccia, cosa stranissima per lui, dato che fissa la gente dritta negli occhi per il gusto di sfidarla a reggere il suo sguardo. Mi sono avvicinato alla porta del bagno, ho bussato urlando di sbrigarsi; pochi secondi dopo sono uscite due tipe dal tacco aggressivo e smartphone rovente. Ho fatto cenno a Matteo di entrare. Lui dopo mi ha raccontato del suo disturbo, ma era già riuscito a recuperare quel minimo di folle baldanza che faceva sembrare la cosa quasi epica.
La verità è che io starei a sentirlo per ore, lo seguirei in silenzio per i sentieri della sua mente infinita per vedere fin dove si spingono l'intelletto e l'immaginazione umana. A volte, quando ci vediamo, non c'è nemmeno bisogno che io parli – non mi piace parlare, non mi ritengo così interessante: Matteo è il sole, che brilla di luce propria. Io vivo della sua luce riflessa.